Una memoria culturale per la Valposchiavo

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Una nuova sfida per il Museo poschiavino. Nel 2019 ha in progetto la costruzione di un “Centro di conservazione per i beni culturali”. Lo scopo: garantire un’adeguata conservazione delle innumerevoli e preziose testimonianze della cultura locale affidate al Museo.

Un ricco patrimonio da conservare
Il Museo poschiavino ha un problema. Dei circa 12’000 oggetti che gli appartengono meno della metà è attualmente esposta nelle sue due sedi. Tutto ciò che non trova posto nel Palazzo De Bassus-Mengotti o in Casa Tomé, ma che va conservato per le generazioni future, è accatastato, come possibile, in solai stracolmi e in diversi magazzini sparsi per la valle, in condizioni non ottimali. Trovare ciò che si cerca e mantenere una supervisione chiara su tutto il patrimonio sta diventando un’impresa complicata.

E non è solo un problema di spazio. A lungo termine non sono garantite le condizioni di conservazione ideali che permettano di salvaguardare al meglio i beni affidati al Museo, in particolare la giusta temperatura o l’adeguato tasso di umidità dei locali, da adattare a secondo degli oggetti in questione. Oggetti che spaziano dal piccolo attrezzo utilizzato dai tappezzieri di un tempo per costruire le molle di rame dei materassi al carro dei pompieri a trazione manuale del 1872, ai dipinti di Fernando Lardelli, al ventilabro meccanico; dagli storici proiettori del Cinema Rio all’aratro di legno, vestiti, stoffe, libri o accessori di vario tipo testimoni dell’emigrazione valposchiavina…

Retaggio del passato
Gustavo Lardi, presidente della Fondazione Ente Museo Poschiavino dal 2006 al 2014 e membro del Consiglio di Fondazione per decenni, spiega come si è arrivati a questa situazione con una constatazione tanto semplice quanto esplicativa: “Gli Statuti della Fondazione prevedevano inizialmente che lo scopo del Museo fosse di raccogliere e conservare tutto quanto può avere valore storico, artistico e documentario per la valle di Poschiavo. Tutto quanto: una visione ideale ma decisamente impegnativa dal punto di vista pratico e logistico”.

Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, i responsabili del Museo avevano ripetutamente lanciato appelli affinché la popolazione della Valposchiavo donasse oggetti di carattere agricolo e artigianale, ma non solo, divenuti obsoleti in virtù del passaggio a un’agricoltura ormai sempre più meccanizzata. E i valposchiavini si sono dimostrati molto generosi.

Nel 1994, inoltre, sono stati donati al Museo 450 oggetti della raccolta privata di Romerio Zala. Da non dimenticare poi, specifica Gustavo Lardi, “un aspetto della massima importanza, se si bada all’autenticità in un mondo dominato dalle contraffazioni: al momento dell’acquisto da parte del Museo, sia il Palazzo De Bassus-Mengotti sia Casa Tomé erano completamente arredati, pieni di oggetti della quotidianità di un tempo”. Una fortuna, certo, ma anche un’abbondanza che, per ragioni di strategia museale, ha richiesto una selezione drastica e, appunto, il conseguente deposito di parte delle collezioni nei magazzini.

La situazione attuale
Il problema dell’accumulo di materiale non si è gravemente acuito nel tempo. Le raccolte del Museo sono pressoché ferme all’immediato dopoguerra, epoca in cui la società valposchiavina è passata da un’economia rurale tradizionale a un’economia più differenziata e meccanizzata, contraddistinta anche da un’importanza sempre maggiore del settore secondario e terziario. E questo ha portato a una certa perdita dell’identità poschiavina; perdita che ha sfumato la necessità di raccogliere e conservare di tutto, senza comunque tradire lo scopo iniziale del Museo. È vero, non si sono più conservati mezzi agricoli o attrezzature artigianali degli anni Cinquanta, la prima falciatrice a motore, il primo trattore o computer, i vari modelli di lavatrici, pentole a pressione o televisioni, ma perché si tratta di oggetti che non avevano più nulla di tipicamente valposchiavino.

Nel frattempo sono stati modificati gli Statuti della Fondazione. Indicano ora, quale scopo del Museo, quello di “conservare, amministrare e ampliare il suo patrimonio onde documentare e rendere accessibile al pubblico storia, cultura e arte della Valle di Poschiavo”.

I criteri da adottare per un’oculata politica di raccolta di oggetti o collezioni sono principalmente i seguenti: stretta attinenza con la valle, rappresentatività, potenziale espositivo, buono stato di conservazione, funzionalità, importanza storica, scientifica, sociale, artistica a livello locale.

“Per una raccolta più sostenibile”, riflette Gustavo Lardi, “sarebbe necessaria la collaborazione con altri enti pubblici o privati, in cui ognuno si dovrebbe occupare di documentare il passato valposchiavino a secondo delle proprie specificità”. Una collaborazione che già in parte esiste – si pensi per esempio all’impegno dell’Archivio comunale e della Società Storica Val Poschiavo, che raccolgono documenti, o degli Archivi fotografici della Valposchiavo, che si occupano di salvaguardare il patrimonio fotografico della regione – ma ancora molto potrebbe essere fatto.

 

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