«Il Museo risponde ai mutamenti della società»

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L’edificio che ospiterà il nuovo Centro di conservazione dei beni culturali nei pressi del Mulino di Aino è stato costruito. Ora bisogna riempirlo, cioè portare gli oggetti nella loro nuova casa. Daniele Papacella, storico, membro del consiglio di fondazione del Museo poschiavino, spiega caratteristiche e utilità del nuovo Centro fortemente voluto dal Museo.

Qual è lo scopo del nuovo Centro di conservazione dei beni culturali? Ricordiamolo.

Attualmente gran parte degli oggetti conservati dal Museo è esposta fra Casa Tomé e il Palazzo De Bassus-Mengotti, ma ci sono tanti altri oggetti – e sono migliaia – anche molto voluminosi, che non hanno posto nelle due sedi museali, pur avendo un importante valore storico e documentario. Il Centro permette di riunirli in un solo luogo, tenerli in ordine e protetti dalle intemperie. Consente quindi di rispettare il primo impegno preso dal Museo con i tanti donatori e le donatrici: prendersi cura dell’oggetto di cui è depositario. Il Centro, ordinato e documentato, è poi la miniera a cui il Museo può attingere per realizzare le proprie esposizioni temporanee o rinnovare l’allestimento permanente. Solo se il Museo cambia, la gente ha ragione di tornare…

Cosa significa conservare adeguatamente beni culturali?

L’obiettivo è conservare in modo ottimale le nostre collezioni. Se volessimo fare i filologici, il legno andrebbe conservato in un ambiente abbastanza umido, mentre il ferro con l’umidità arrugginisce. Visto che non possiamo smontare le botti per offrire ad ogni materiale le condizioni perfette, abbiamo optato per una via di mezzo, con uno spazio in cui l’umidità e la temperatura sono controllate. Oltre ad essere esteticamente riuscito, il progetto di Urbano Beti permette al Museo di fare un salto di qualità. Nei Grigioni solo i musei cantonali e il Museo di Ilanz hanno una struttura paragonabile.

Secondo quali criteri si scelgono e si suddividono gli oggetti da conservare e esporre?

La collezione del Museo è importante; con circa 12’000 oggetti abbiamo già raggiunto anche un livello di varietà importante. Per questo possiamo permetterci di essere molto selettivi: riceviamo regolarmente nuove offerte, ma non prendiamo più tutto. L’importante è che l’oggetto si integri nel mandato, ossia deve raccontare un aspetto della storia locale e non deve essere un doppione. Sempre più importante è conoscere anche i proprietari, la funzione e l’uso dell’oggetto. L’obiettivo iniziale del Museo era conservare le testimonianze della cultura preindustriale che stava tramontando, perciò tutto quanto era usato prima della modernità.

 

Significa che lo scopo del Museo si è modificato?

Oggi le cose cambiano. Fra gli oggetti che abbiamo esposto nell’ultima mostra dedicata alla moda c’era una maglietta della Valposchiavo Calcio: si tratta della prima casacca creata al momento della fusione delle due squadre di valle. La maglietta non è fatta qui, ma è testimone di un’evoluzione sociale importante: il superamento dei confini politici per creare una squadra che potesse mantenere le sue posizioni nel campionato cantonale. Una semplice maglietta permette di raccontare una storia di rivalità, di limiti, di speranze e di opportunità, di vissuto locale. Anche gli oggetti moderni raccontano quindi l’evoluzione della valle e meritano di essere conservati. Ma visti i limiti di spazio, gli oggetti più recenti andranno raccolti con parsimonia, senza dimenticare l’importanza di quelli più antichi.

Come si svolgerà il trasloco degli oggetti dai magazzini attuali al nuovo Centro?

Il trasloco durerà alcuni mesi. Prima di portare gli oggetti a San Carlo dobbiamo garantire che siano puliti e non intaccati da insetti e muffe. Per questo dovremo disinfestarli, mettendo tutto in una cosiddetta “bolla” di decontaminazione. Ci sono diversi metodi, come il trattamento a calore, le microonde, l’impiego di diversi gas o il trattamento chimico. Ogni metodo ha vantaggi e svantaggi. Il Museo ha scelto di usare l’ozono: in questo caso si crea una camera di una decina di metri cubi, chiamata “bolla”, chiusa ermeticamente, in cui si immette il gas. L’ozono è presente in natura, ma sappiamo che, in alta concentrazione, è dannoso per le cellule. Dopo alcuni giorni, tutti gli organismi viventi sono distrutti senza residui chimici. Il gas si dissolve poi nell’atmosfera. Per questo lavoro facciamo ricorso a una ditta specializzata.

In che modo saranno allestiti gli spazi?

Il Centro sarà visitabile, quindi gli oggetti non saranno veramente esposti con un programma didattico come facciamo al Museo ma saranno comunque collocati con criterio, per tema. L’ordine è dato dalla funzione: al pianterreno abbiamo i mezzi di trasporto, quindi i carri e le slitte; al primo piano gli oggetti legati al lavoro di un tempo, fra cui gli attrezzi agricoli e artigianali; e al secondo piano saranno conservati gli oggetti legati alla vita domestica, quindi i tessili, utensili da cucina, ma anche quadri, oggetti decorativi e quant’altro.

 

Come sarà gestito il nuovo Centro?

Attualmente gli oggetti non esposti sono conservati in condizioni precarie: raccoglierli in un unico edificio ci permette anche di presentarli e i visitatori potranno finalmente vedere quante cose di valore conserva il Museo. Il nuovo Centro diventerà lo scrigno dei tesori del Museo e dunque custode della memoria materiale della valle.

Qual è la sfida più grande legata a questo importante progetto del Museo poschiavino?

Il Museo cambia per rispondere ai mutamenti della società. Negli ultimi 20 anni l’attività è stata rivoluzionata: esposizioni temporanee, percorsi didattici, attività, postazioni multimediali, un’esposizione permanente periodicamente rinnovata. Per fare questo è stato necessario professionalizzare il lavoro. Oggi disponiamo di guide e personale formato che accompagna i gruppi, si occupa delle esposizioni e della didattica e, non da ultimo, cerca i fondi necessari a svolgere tutti quei compiti che non sono coperti dalle entrate. In 20 anni questo sforzo ha portato a quintuplicare il numero dei visitatori che fa uso del ventaglio di offerte di qualità, che vanno dal Mulino Aino alla Casa Tomé, al Palazzo de Bassus-Mengotti. E questa è la vera conquista del Museo, grazie a una settantina di persone fra volontari, sorveglianti e aiutanti.

E che cosa cambia con il nuovo Centro di conservazione?

Il Centro ci permette ora di migliorare sensibilmente anche il lavoro dietro le quinte: attualmente gli oggetti sono ammassate o chiusi in scatole, l’inventario non è finito e ritrovare le cose non è facile. Con un deposito centralizzato e il completamento dell’inventario avremo finalmente una vera panoramica degli oggetti. Si tratta di un progetto intergenerazionale, visto che la storia del Museo è iniziata oltre 50 anni fa. Oggi la banca dati è il nostro scrigno del sapere, lo strumento per dare agli oggetti una storia e quindi la base per raccontarla al pubblico nel quadro di una mostra o di una visita guidata. È importante portare avanti questo lavoro per conservare la memoria e valorizzare il patrimonio materiale di cui il Museo è depositario.

Alessandra Jochum-Siccardi, Museo poschiavino

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